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Riporto qui di seguito una relazione e le relative immagini  quali contributi per un convegno delle scuole senza zaino sul lavoro svolto all'interno della scuola dell'infanzia di Ceppaiano (Pisa).

Le altre immagini si riferiscono ad un lavoro svolto nel nido del comune di Sorbolo (Parma) e ad altri interventi in nidi e scuole dell'infanzia in Toscana, Emilia Romagna e Lombardia.

Nell'universo l’unica costante è il cambiamento.

 

Quando un anno e mezzo fa sono entrato per la prima volta nella scuola dell’infanzia di Ceppaiano, mi sono trovato a visitare una scuola come tante altre, una scuola “normale”; c’erano quattro sezioni, un grande salone con una casa per il gioco simbolico, una piscina piena di palline di plastica, una serie di spazi dedicati alle attività di pittura, alla motricità, alla lettura…, un ufficio polifunzionale – dialogo con i genitori, spazio per le ausiliarie, luogo per le riunioni di team. Oggi la scuola è ben diversa, diverse le insegnanti, diverse le proposte di apprendimento, di crescita e di relazione tra i bambini. Cosa è successo nell’arco temporale di un anno e mezzo? La prima cosa che è avvenuta è stata la presa di coscienza da parte del corpo docente di una disposizione spaziale e di una proposta educativa troppo stantie, consolidate nel tempo e bisognose di una profonda rivisitazione e rilancio; la seconda cosa che è avvenuta è stata l’enunciazione della visione dell’infanzia presente in ogni insegnante. Come si pensano e come si vivono ogni giorno i bambini in questa scuola è stata la domanda che ha trovato risposte in alcune parole chiave: bambini capaci, esploratori, affamati di nuovo, accoglienti, poeti, immaginatori, sapienti, artigiani, pensanti. Enunciare queste parole, scriverle, poterle leggere ogni giorno, hanno aiutato molto a rivisitare le proposte educative in essere e il contributo dato da una serie di sollecitazioni intorno all'organizzazione spaziale, ha chiarito molti dubbi su cosa si poteva fare per innovare il metodo di lavoro e proporre ai bambini nuove esperienze. Le sollecitazioni intorno al tema dell’organizzazione spaziale, sono cominciate da una dimostrazione geometrica secondo la quale, se in uno spazio si dispongono gli arredi in modo centripeto e non centrifugo, andando così ad annullare il concetto di angolo esperienziale, si accresce di tre volte e mezzo la possibilità relazionale tra i bambini. La dimostrazione geometrica ha innescato il processo di trasformazione di tutti gli spazi della scuola proponendo una disposizione che mette al centro l’esperienza, non in periferia, attraverso la creazione di centri di interesse. Centri di interesse e luoghi di comunità sono stati i due cardini del lungo lavoro di ridistribuzione spaziale e dei contenuti esperienziali. Gli arredi inerenti al gioco simbolico, casetta, mercato, cucina, nursery, i giochi di costruttività e di manipolazione, i materiali per le attività di seriazione e composizione presenti in ognuna delle quattro sezioni, sono stati accentrati negli spazi più ampi della scuola andando così a determinare due fattori: lo “svuotamento” delle sezioni di metà arredo e la creazione di un ambiente ospitante tutte le funzioni presenti nell'arredo stesso. Questa scelta, rivoluzionaria dal punto di vista della disposizione spaziale in una scuola dell’infanzia, ha tracciato nelle insegnanti la chiara volontà di lavorare in modo nuovo, a porte aperte, all’interno del concetto di comunità allargata e non solo di micro comunità legata alla propria sezione, in una visione di bambino responsabile e con maggiori possibilità di autonomia. Al centro della scuola si è venuta a creare una grande città, luogo di relazioni e di plurimi contenuti, una città fatta di case, di mercati, di attività manuali, di cucine e tavoli, di travestimenti, di luoghi per stare insieme e di luoghi per stare da soli. La nuova tipologia distributiva ha anche portato al cambiamento di nome e di significato alle quattro sezioni che oggi non si chiamano più “sezione”(luoghi che tagliano, sezionano un intero, un gruppo) ma “case”, luoghi intimi di un gruppo di bambini che si riconosce abitante di uno spazio significativo fatto di relazioni inserito in uno spazio ancor più grande che è la comunità dell’intera scuola, una comunità grande come una città. Lo spazio a disposizione nelle quattro case è stato connotato con nuove proposte pensate e progettate a lungo dalle insegnanti e ha preso il nome di “esploratorio”. Il laboratorio e in alcuni casi il cosiddetto atelier, luoghi presenti in molte realtà scolastiche italiane, sono luoghi in cui i processi proposti - normalmente condotti e guidati da un adulto - devono necessariamente portare ad un prodotto in un determinato tempo. L’esploratorio, invece, non prende in considerazione il concetto di tempo e tanto meno quello di prodotto in quanto non vi è nessuna tensione verso la produzione di qualche cosa se non verso l’agire, lo sperimentare, l’esplorare. I fondamenti dell’esploratorio sono quindi il processo, la relazione con gli altri e il rapporto con gli strumenti a disposizione in un tempo lungo, praticamente infinito perché all’interno di uno sazio permanente. Sono stati ideati quattro esploratori, oggi sono presenti in ognuna delle quattro case; sono a disposizione di tutti i bambini e il loro utilizzo è regolato da modalità individuate e condivise con i bambini della scuola. Tutte le insegnanti hanno investito molto del loro tempo (molto anche extrascolastico) per riconoscere l’alto valore dei materiali inusuali da inserire nei processi di apprendimento e di conoscenza della realtà all’interno degli esploratori. I materiali di scarto aziendale, non avendo una precisa connotazione funzionale, possono camaleonticamente assumere svariati significati quando inseriti in contesti diversi tra loro. L’investimento temporale si è basato anche sull'esperienza diretta con i materiali inusuali che, in un primo momento – soprattutto per gli adulti – non hanno “niente da dire” ma se agiti all’interno di contesti il cui fine è la ricerca e la sperimentazione, la ricerca di linguaggi universali e la manifestazione dei processi (ex-ducere) , tutto diventa più semplice e di facile comprensione accrescendo  la tipologia delle proposte educative. La scelta di “sposare” i materiali di scarto aziendale e i materiali naturali quali strumenti principe per quasi tutte le proposte degli esploratori, ha dato modo di riflettere sui contenuti di molti strumenti e giocattoli presenti nella scuola; si sono tenuti solamente i giocattoli liberi da schemi, pregiudizi adulti, strategie commerciali, mode, conformismi, giocattoli liberi nella creatività, nell’immaginazione, nell’avventura dei processi, nell’inventiva, nella ricerca di varianti, nel pensiero divergente. Così, molti giochi e strumenti gioco sono stati abbandonati ed esclusi dalle proposte quotidiane per lasciar spazio a tutto ciò che rende a “francescana” l’esperienza di apprendimento; poche cose, di senso e nel posto e momento giusto. Oltre ai quattro esploratori, pittura e scultura, botanica, luci e ombre, travasi e manipolazione, sono state progettate e realizzate altre proposte offrendo nuove funzioni a quegli spazi che erano sottoutilizzati o con funzioni non chiare (questi luoghi erano stati definiti “non spazi”). Nasce così la biblioteca inserita in un luogo totalmente dedicato alla lettura e alla visione di immagini, la città infinita, spazio di costruttività in un contesto a lungo studiato per essere accogliente e poetico, la galleria d’arte, l’ufficio con funzioni chiare e a disposizione di insegnanti e genitori, il luogo dell’entrate e delle uscite da scuola e dei saluti a mamme e papà. Molte trasformazioni avvenute in questa scuola, sono state supportate da un costante lavoro con le famiglie che hanno contribuito in modo sostanziale alla rivisitazione degli spazi e offrendo una serie di competenze capaci di ridefinire, non solo la struttura interna della scuola, ma di co-costruire con le insegnanti un nuovo sistema di condivisione dei processi esperienziali e di comunicazione tra scuola e famiglia. Ciò che è stato fatto all’interno della scuola di Ceppaiano è frutto di scelte consapevoli, condivise e studiate nei minimi particolari, scelte che possono essere motivate in ogni loro aspetto e non certo giustificate, scelte che hanno fondamenta nell’alta professionalità delle insegnanti e del gruppo dirigente e scelte che, valorizzando il talento di ognuno, hanno portato ad una nuova identità della scuola. Forse sarebbe stato meglio dirlo all’inizio, ma è giusto inserire tutto questo discorso di trasformazione degli spazi, dei contenuti, degli strumenti, delle relazioni dei bambini, della crescita professionale delle insegnanti, in un quadro più ampio che è quello delle scuole Senza Zaino.  Questa scuola ha scelto di essere una scuola Senza Zaino che basa la sua visione di Scuola, di bambino e di comunità educante su tre pilastri: la comunità, l’accoglienza, la responsabilità. Questi tre principi sono stati sempre presenti in ogni momento di scelta, di progettazione e in ogni azione innovativa apportata da ciascuno dei protagonisti di questa avventura.

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